INSEGNARE A GRUPPI Ovvero: Il “conosci te stesso” passa per le ossa e ha la pazienza per carburante

Chi insegna movimento, qualsiasi tipo di movimento a gruppi, specie se si tratta di performers in crescita, deve tenere conto di ogni dettaglio. Questo presuppone conoscenza scientifica, empatia e instancabile lavoro, devozione. Non si possono far fare le capriole, far saltare il bastone, per far vedere che queste cose il trainer le sa e le ha imparate. Che fate se avete un allievo o un’allieva che si è infortunata? Il compito ovviamente lo ha anche chi studia, che deve ricordare, informare, far capire, guardando negli occhi l’insegnante, quanto è grave la cosa, portando anche un referto, se serve. Il trainer deve saperlo leggere. E se non lo sa leggere deve studiare, come se gli fosse stato detto un dettaglio importante del vissuto, come se avesse tra le mani una cosa preziosissima. Perché il “conosci te stesso” passa per le ossa. Pretendete molto dai vostri insegnanti, pretendete tantissimo. E pretendete da voi, la cosa più difficile (parla una che nell’agonismo del tennis era competitiva in modo allucinante e ha traslato la cosa nell’arte marziale poi il teatro mi ha dato una gran calmata, ma solo dopo anni), dicevo, pretendete la cosa più difficile, dico agli studenti: sapervi adattare senza pensare che significhi “meno”. Saper adattare i movimenti alla condizione presente. Se qualcuno ha un infortunio sta sia a chi insegna sia a chi apprende trovare modi creativi per saltare se non può saltare, correre se non può correre.

Ogni azione fisica è trattabile su un piano mentale e lavorando sull’intenzione ovvio un legamento non torna posto ma si fa un gran lavoro. Quando mi sono infortunata o non capivo come diavolo riassestare il ginocchio sinistro ho provato molte strade e ho avuto di fronte a me il disagio di chi mi insegnava che non sapeva che fare di me perché non potevo più saltare allo stesso modo. Mi sono sentita male, mi sono sentita meno e ho dovuto prendere un pausa da tutto e tutti. Mi sono sentita persa. I performers – e in generale chi decide consapevolmente di muovere il corpo – fa igiene anche a livello emotivo e quindi fa una cosa sacra.

Non si può insegnare movimento come se lo si insegnasse a dei topi da batteria, per questo ho avuto sempre serie difficoltà nelle palestre. Come non possiamo usare la plastica, sprecare l’acqua, riempirci di zuccheri, prendere l’auto per fare due chilometri. La rivoluzione è piccola e qualitativa. Dobbiamo lavorare come le api, le formiche.

Si deve adattare, si deve conoscere.

Noi siamo qui per ricordare che anche l’apparentemente irreversibile è trasformabile e usabile. Se per primi noi insegnanti non lo facciamo con il nostro corpo, dove pensiamo di andare? Fare economia creativa di come sta il corpo nel presente, questo dobbiamo trasmettere. Incarnare e trasmettere. Far silenzio quando c’è chiasso di aspettative autodeluse rispetto al proprio corpo. Sospendere i risultati, fare economia, non essere squali brokers, ma pazienti creativi, cioè gente che si dà la possibilità di patire, ovvero sentire. E si allena a riusare, cambiare. Cambiare, sempre cambiare.

 

Ciò detto, va sempre tutto bene, va sempre tutto molto bene, fluisce e ridere è fondamentale quindi la chiusa sarà con una parola assolutamente fuori contesto come “peschereccio” ad esempio.

Posted on 21 marzo 2017 in The Meditation Project

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